FIlmografia

CESARE DEVE MORIRE

Docufiction
Regia Paolo e Vittorio Taviani (Italia 2012)
Con Cosimo Rega Cassio, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca, J. Dario Bonetti, Vincenzo Gallo
Musiche Giuliano Taviani

Nel teatro all’interno del carcere romano di Rebibbia si conclude la rappresentazione del “Giulio Cesare” di Shakespeare. I detenuti/attori fanno rientro nelle loro celle. Sei mesi prima: il direttore del carcere espone il progetto teatrale dell’anno ai detenuti che intendono partecipare. Seguono i provini nel corso dei quali si chiede ad ogni aspirante attore di declinare le proprie generalità con due modalità emotive diverse. Completata la selezione si procede con l’assegnazione dei ruoli chiedendo ad ognuno di imparare la parte nel proprio dialetto di origine. Progressivamente il “Giulio Cesare” shakesperiano prende corpo.
I fratelli Taviani erano certamente consapevoli delle numerose testimonianze, in gran parte documentaristiche, che anche in Italia hanno mostrato a chi non ha mai messo piede in un carcere come il teatro rappresenti un strumento principe per il percorso di reinserimento del detenuto. Quando poi si pensa a una fusione di fiction e documentario la mente va al piuttosto recente e sicuramente riuscito film di Davide Ferrario “Tutta colpa di Giuda”. I Taviani scelgono la strada del work in progress utilizzando coraggiosamente l’ormai antinaturalistico (e televisivamente poco gradito) bianco e nero. L’originalità della loro ricerca sta nella cifra quasi pirandelliana con la quale cercano la verità nella finzione. Questi uomini che mettono la loro faccia e anche la loro fedina penale (sovrascritta sullo schermo) in pubblico si ritrovano, inizialmente in modo inconsapevole, a cercare e infine a trovare se stessi nelle parole del bardo divenute loro più vicine grazie all’uso dell’espressione dialettale.

 

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FUGHE E APPRODI
Ritorno alle Eolie tra Cinema e realtà

Documentario
Regia Giovanna Taviani (Italia 2010)
Con Francesco D’Ambra
Musiche Giuliano Taviani, Carmelo Travia

La regista torna anni dopo nei luoghi in cui il padre, Vittorio Taviani aveva girato un episodio del film Kaos. E’ un’occasione per ripercorrere con una tartana guidata dal pescatore eoliano Franco “Figlio d’oro” tutti i luoghi delle Eolie che sono stati scenari di pagine della storia del cinema.
Fughe e Approdi narra della fuga dei cavatori di pomice per difendersi dalla silicosi, ma anche della fuga di Emilio Lussu e Carlo Rosselli dal confino in cui li teneva il regime fascista, dell’approdo degli sposi per conoscere le mogli sposate per procura, di quello dignitoso e disperato di Anna Magnani a Vulcano, per girare con Mieterle, mentre l’uomo della sua vita era nella vicina Stromboli con Ingrid Bergman, dell’approdo e della fuga di Edda Ciano, che durante i giorni del confino visse un tenero amore con un comunista del luogo.
Documentario nel senso puro del termine, fatto di osservazione e di interviste, di paesaggi e di coinvolgimento personale dichiarato ma non insistito, il film si fa vivo e impuro al contatto con gli spezzoni di finzione che lo punteggiano e che sono firmati Rossellini, Antonioni, Taviani, Mieterle, Troisi, Moretti. Non manca, infine, l’omaggio a De Seta e ai film della Panaria, che per primi portarono la macchina da presa sulle isole vulcaniche, e tracciarono –anche a beneficio della Taviani, oggi- il sentiero del documentario in quei luoghi. Ma è attraverso le persone che incontra, che la regista dà pieno senso al suo lavoro: per la maggior parte comparse sui set dei film evocati, gli intervistati e le intervistate sono testimoni diretti, o al massimo figli memori, dei fatti che raccontano e di quelle avventure vissute conservano l’orgoglio e soprattutto l’entusiasmo.
Il film è stato presentato alla 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

 

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GLI SFIORATI

Lungometraggio a soggetto
Regia Matteo Rovere (Italia 2012)
Con Andrea Bosca, Miriam Giovanelli, Claudio Santamaria, Michele Riondino, Asia Argento, Massimo Popolizio, Aitana Sánchez-Gijón.
Musiche Andrea Farri

Mète è un giovane uomo ossessionato da Belinda, figlia del padre e di una donna amata da vent’anni. Orfano di madre da pochi mesi, è costretto a partecipare alle nozze del genitore, e a prendersi cura per qualche giorno della sorellastra. Imbarazzato dalla sua ospite bionda, si costringe fuori e occupato con l’amico Damiano e il collega Bruno. Incallito donnaiolo il primo, padre separato il secondo, Damiano e Bruno lo distraggano da Belinda, sistemata sul suo divano con una t-shirt, un paio di mutandine e una sigaretta tra le labbra. Grafologo esperto e appassionato, approccia la vita come un tracciato grafico, alla ricerca di risposte comportamentali e di emozioni celate dietro la forma, sotto la pressione, dentro la dimensione della scrittura. Tra una perizia e un testamento contestato, sarà costretto a rincasare e a ‘trattare’ chi aveva soltanto ‘sfiorato’.
Quattro anni dopo Un gioco da ragazze, Matteo Rovere torna a ‘provocare’, adattando il romanzo omonimo di Sandro Veronesi sugli anni Ottanta e quello che ne restava. Provocato, attonito, immobile e rapito è ancora una volta un uomo che ondeggia sull’asfalto di Roma (ir)risolto a evitare un percorso di deriva verso l’autodistruzione. Autodistruzione che questa volta cederà il passo all’amnesia e alla rievocazione dentro una struttura narrativa circolare.

 

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KAOS

Lungometraggio a soggetto
Regia Fratelli Taviani (Italia 1984)
Con Omero Antonutti, Margarita Lozano, Claudio Bigagli, Enrica Maria Modugno, Ciccio Ingrassia, Franco Franchi, Salvatore Mignosi, Massimo Bonetti, Anna Malvica, Tony Sperandeo
Musiche Nicola Piovani

Si tratta di quattro episodi (nella edizione televisiva cinque: con “Requiem”), del tutto diversi per tema e sviluppi, legati tra loro dal tenuo filo di un volo di corvo, che muove le ali verso il cielo del Prologo. Un gruppo di pastori se ne disputano il possesso, finché uno di essi, legato al collo dell’uccello un campanello, gli rende la libertà. Il palpito delle ali nerissime e il tintinnio di quel campanello (il soggetto è tratto da “Il corvo di Mizzaro”, sempre di Luigi Pirandello) punteggeranno a tratti l’andamento del film
Quattro novelle di Luigi Pirandello (L’altro figlio, Mal di luna, La giara, Requiem) con un prologo e un epilogo in forma di “Colloquio con la madre” (tratto dal racconto Colloqui con i personaggi) in cui Antonutti impersona lo scrittore siciliano (1867-1936). Fedeli alla propria poetica, i Taviani hanno scelto quattro storie di campi e contadini, di umiliati e offesi alle prese con la miseria, l’ingiustizia, le superstizioni. La migliore è, forse, “Mal di luna” in cui si raggiunge una magica fusione tra orrore, pietà, erotismo; la meno riuscita è “Requiem” dove l’ideologia (gli intenti di analisi storico-sociale) ingenera un certo monumentalismo dilatato. In un secondo tempo i Taviani, che lo scrissero con T. Guerra, decisero di eliminare uno degli episodi: in Italia fu tolto Requiem, in Francia La giara.

 

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GEORGE HARRISON: LIVING IN THE MATERIAL WORLD

Documentario
Regia Martin Scorsese (Usa 2011)
Con Terry Gilliam, George Harrison, Paul McCartney, Ringo Starr, Jane Birkin
Musiche George Harrison, Bob Dylan, Gilbert Bécaud, Mann Curtis, Pierre Delanoë, Early Take

In una piccola stanza celata dietro lo schermo del Bambi Kino, un cinema a luci rosse di Amburgo, dormivano quattro ragazzetti di Liverpool prima di diventare più famosi di Gesù. Reeperbahn era quanto di più lontano dal glamour che i Fab Four avrebbero conosciuto da lì a breve, piena com’era di marinai, donne di facili costumi e tipi facinorosi, l’aria da festa impregnata d’alcol. È la storia dei Beatles secondo George Harrison narrata da uno dei più sensibili e raffinati cineasti votati alla seconda arte.
Martin Scorsese ha due modi di raccontare la musica: attraverso spettacolari film concerto come L’ultimo valzer o Shine a Light o ritratti privati di leggendari musicisti quali Bob Dylan: No Direction Home. Rispetto al biopic sul menestrello di Duluth, concentrato sugli anni della cosiddetta svolta elettrica dell’artista, George Harrison: Living in the Material World è una cronistoria, finalmente ordinata e corredata da immagini e filmati d’archivio, interviste e canzoni, della vita e opera del musicista inglese, dalla nascita come componente dei Beatles alla sua scomparsa terrena. Concepito per il piccolo schermo, dove è andato in onda diviso in due puntate, il documentario di Scorsese fa luce su uno degli aspetti più importanti della vita di Harrison il quale, come anticipa il titolo, si sentiva intrappolato tra due mondi, quello spirituale e quello materiale. Per raccontare il pubblico e privato dell’artista sono stati chiamati a raccolta alcuni tra i suoi amici più intimi: Eric Clapton, Tom Petty, Terry Gilliam, il pilota di Formula 1 Jackie Stewart, oltre alla seconda moglie Olivia e il figlio Dhani (che si dice sia interessato a formare una band con James McCartney e Sean Lennon in memoria dei Fab Four, tutto sta nel convincere il figlio di Ringo Starr), gli ex compagni di gruppo, Yoko Ono e Phil Spector a narrare tutte le passioni del più introverso e taciturno dei Beatles: la musica, il cinema, la spiritualità, le auto e le donne.

 

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L’UOMO CON LA MACCHINA DA PRESA

Documentario
Regia Dziga Vetrov (Russia 1929)
Musiche originali Sikitikis

Un cineoperatore si aggira per Mosca riprendendo la vita della città, dalle prime luci dell’alba al tramonto: la città si sveglia, le persone, le strade, i mercati, mentre l’uomo con la macchina da presa arriva fin dentro le case. A sera, dopo che anche la spiaggia si è andata sfollando, la macchina da presa sfugge alle mani dell’operatore e improvvisa un ironico balletto in una sala cinematografica: a ritmo accelerato si rivede tutto il materiale girato. Alla fine il Bol’soj è in frantum
Il film, ovviamente, in quanto muto non aveva colonna sonora, né Vertov indicò mai quali musiche lo avrebbero potuto accompagnare nelle proiezioni. Dagli anni trenta ad oggi vi sono state apposte svariate musiche tra le quali ricordiamo quelle composte da Pierre Henry, dalla Alloy Orchestra, da Michael Nyman nel 2001, dalla The Cinematic Orchestra nel 2003, ed un’ultima sonorizzazione del 2012 curata interamente dalla band italiana Sikitikis su richiesta del Palazzo delle Esposizioni di Roma.

 

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L’UOMO DI ARAN

Film Documentario
Regia Robert Flaherty (USA 1934)
Con Colman ‘Tiger’ King, Maggie Dirrane e Michael Dirrane
Musiche originali Antonello Salis e Gavino Murgia

La pellicola è girata in Irlanda al largo della Baia di Galway (a Inishmore, nell’arcipelago delle Aran) e si sofferma sul quotidiano di una piccola comunità di pescatori che vivono isolati dal resto del mondo, in un luogo dove l’evoluzione sembra immobile da molti secoli. Mescolando abilmente documentario (i protagonisti sono gli abitanti del luogo, attori occasionali) e finzione, Flaherty coglie l’essenza delle cose, filtra la materia reale attraverso “la poesia della sua visione d’artista” e la trasforma in rappresentazione universalmente riconoscibile. Lo sguardo affettuoso del regista fa del piccolo nucleo familiare (genitori e figlio) al centro della pellicola il simbolo della dignità umana, della solidarietà e del coraggio; sono queste qualità a permettere la sopravvivenza in un ambiente tanto ostile. È la storia di una famiglia di pescatori che vive su una delle isole di Aran in Irlanda. In una terra inospitale e dura viene descritta la vita di persone forti ed indipendenti abituate a lottare contro gli elementi della natura ed a rispettarla. La famiglia, composta da padre, madre e figlio, riproduce fatti, parole e gesti tradizionali e antichi, ripresi dal regista con un piglio da antropologo, sempre pronto a sciogliersi in una struttura drammatica, nella quale i personaggi acquistano la dimensione eroica, pur restando esseri umili.

 

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STOP MAKING SENSE

Documentario Musicale
Regia Jonathan Demme (USA 1984)
Con David Byrne, Tina Weimouth, Jerry Harrison, Chris Frantz, Tina Weymouth, Ednah Holt, Lynn Mabry, Steve Scales, Alex Weir, Bernie Worrel
Musiche Talking Heads

Nel dicembre 1983 i Talking Heads si esibiscono al Pantages Theater di Hollywood. Jonathan Demme riprende il concerto e lo trasforma in un evento cinematografico (è il primo film musicale a impiegare la registrazione digitale in presa diretta) dove le canzoni della band newyorkese si fondono a una scenografia sviluppata in movimento. David Byrne è il primo a entrare in scena. Sul palco spoglio del teatro, con tanto di quinta in vista, il leader delle teste parlanti accende uno stereo portatile e armato di chitarra dà inizio allo show. Brano dopo brano si uniscono gli altri componenti della band che aggiungono, uno alla volta, il proprio tocco lasciando che la musica, da prima primordiale, aumenti di potenza e groove.
Stop Making Sense è considerato a oggi uno dei migliori esempi di film concerto insieme a L’ultimo valzer firmato da Martin Scorsese. Sebbene Demme non possieda la musicalità, il tempo e lo sguardo del regista di New York, New York, il lavoro svolto con i Talking Heads è raffinato e innovativo e mette in luce non tanto le proprie abilità come filmmaker quanto la personalità sfaccettata ed eclettica della formazione. Scegliendo di costruire – letteralmente – lo spettacolo man mano che il palco viene allestito, leader e regista adibiscono uno spazio-laboratorio dove poter liberare creatività ed estro